Il Fiume Po di Casalmaggiore

Il Fiume Po di Casalmaggiore

1968
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Al mio paese, è usanza celebrare due fiere.

La più importante avviene i primi giorni di novembre, nella ricorrenza della festa del patrono. Un tempo lontano, in questa occasione i contadini del circondario venivano con i carri nella piazza principale.

Tra le prime nebbie e i primi freddi, esponevano in vendita i prodotti dell’annata agraria appena conclusa e acquistavano ciò che poteva servire per l’inverno.

Nell’altra fiera, tra giugno e luglio, portavano il grano appena mietuto e si fermavano alle porte del paese, in Piazza Spagna.

Oggi, successivamente alle urbanizzazioni del secolo scorso, Piazza Spagna non esiste più. Ma si continua a celebrarne la festa.

La fiera di Piazza Spagna è la festa dell’inizio estate, del trionfo del sole, della vita spensierata.

Da bambino, vi partecipavo con uno stato emotivo eccitato. Alle nove di sera, io e mio fratello lasciavamo i nostri genitori ai filoss davanti casa e di corsa scappavamo all’incrocio di via Romani con via Formis, il luogo dove era in corso la fiera.

Vicino al Duomo di Santo Stefano, sentendo un intenso mormorio, rallentavamo e prendevamo fiato. Ormai eravamo arrivati, Alla sinistra del Duomo, via Formis ci appariva sfolgorante, illuminata a giorno da fari istallati per l’occasione e sui marciapiedi la gente si assiepava conversando in dialetto.

Assistevamo alle manifestazioni con lo stupore di chi per la prima volta scopre quanto giocosa possa essere la vita. Si trattava di gare ingenue, di una comunità ancora povera e priva di malizia. Noi sgranavamo gli occhi di fronte ai ruzzoloni dei partecipanti alla corsa nei sacchi.

Accompagnavamo con apprensione i più grandi che tentavano di giungere al traguardo con un uovo sul cucchiaio trattenuto fra i denti.

Eravamo impazienti dell’arrivo della fiera di Piazza Spagna poiché consacrava l’estate e l’inizio delle vacanze.

Di giorno, quando il sole imperversava nel cielo salivamo sulle nostre biciclette sgangherate e imboccavamo le prime cavedagne fuori dal paese. Cercavamo fossi colmi d’acqua corrente che i tecnici del Navarolo convogliavano per l’irrigazione dei campi. Poi ci spogliavamo rimanendo in mutande e ci tuffavamo tra le canne e l’erba ranina. A volte, spinti da quello spirito d’avventura che si fa sentire solo quando non si ha nulla da fare, attraversavamo il ponte sul Po. Andavamo sulla sponda parmigiana dove, per la secca estiva e il gioco della corrente, ancora oggi affiorano grandi spiagge. Ci immergevamo nelle acque fredde del fiume, ma non eravamo tranquilli. Stavamo facendo qualcosa che ci era stato negato.

Nostra madre ci aveva proibito di fare il bagno nel Po. Il Po è traditore, tutti gli anni vuole delle vittime ci diceva. Aveva creato una pianura fertile per gli uomini e in cambio si nutriva di sacrifici umani. Noi sguazzavamo nell’acqua e ridevamo, però un’ombra nera velava l’anima. Sapevamo di essere in pericolo. Temevamo li busi, le buche che la corrente crea nei fondali sabbiosi. Il bagnante cammina spensierato nell’acqua fresca posando i piedi sulla sabbia vicino alla riva, improvvisamente entra nella buca e scompare trascinato dalla forza del fiume. Avevamo paura anche dei mulinelli, i vortici della corrente. Dove l’acqua scorreva più veloce, questi potevano inghiottire un bambino, come l’orco affamato delle favole.

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Smisi le fughe a Po nell’estate in cui annegò il professore di ginnastica di mio fratello. Aveva trent’anni. Era sano, robusto e simpatico. Stava accompagnando un’amica in barca tra Boretto e Gualtieri. L’aria era pesante e il sole rovente. Per rinfrescarsi, si buttò in acqua. Non tornò più a galla. Riaffiorò dopo due giorni, a valle di una decina di chilometri. Me ne ricordo ancora perché in casa se ne parlò a lungo. Mia madre e mio fratello andarono al funerale.

Il vero sgomento lo provai nell’estate in cui scomparve tra le acque del Po un amico. Si chiamava Candido. Aveva occhi grandi e capelli rossi. Era un ragazzo pieno di vitalità. I genitori dovevano essere degli illusi e amare molto la vita per avergli dato quel nome. Un pomeriggio di fine giugno, annegò nel tratto di fiume di fronte ai pioppeti di Martignana. La notizia si sparse velocemente. Io ero al parco del Lido tra le giostre della fiera di Piazza Spagna. Incontrai il mio amico Giuseppe e mi informò dell’accaduto con un’espressione che pareva sorridere. Invece no, era nervosismo. Aggiunse secco che quella era la prova dell’inesistenza di Dio. Da parte mia, dopo l’incredulità, sentii tenerezza verso Candido. Ero certo che la sua vita non fosse terminata quel pomeriggio. Noi non lo vedevamo, ma lui continuava a essere allegro e spensierato.

La fiera estiva di Piazza Spagna fu spostata nella piazza principale e ora si festeggia con fuochi d’artificio, con concerti, con partite di calcetto saponato. Nel frattempo, il Po è cambiato e da parecchi anni è vietata la balneazione nelle sue acque. Abbiamo raggiunto un grande sviluppo economico, ma il fiume si è inquinato.

Per ristorarsi si va in piscina e, secondo le norme di legge, un bagnino vigila sulla incolumità dei bagnanti.

di Marzio Sergio Bini